Critica - Serpic - Sergio Simeoni

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Critica

 

Di seguito vengono proposte alcune analisi, in riferimento ai componimenti di Serpic, effettuati da autorevoli rappresentanti il mondo culturale e artistico attuale. Scegliere quali siano più rilevanti, coinvolgenti e appropriate appare sempre più arduo, considerando la continua evoluzione e rivalutazione dell'artista. Ad ogni modo vengono ringraziati tutti coloro i quali, esclusivamente per motivi di spazio all'interno di questa finestra, non possono venire citati

 
 


 
 
 

Per lunghi anni Sergio Simeoni,  usando lo pseudonimo Serpic  quasi per ritrosia a svelare la sua  vena artistica, si è cimentato in  vari generi, dalla pittura figurativa  tradizionale e un po' nave, ad  es. Girasoli, alla ricerca grafica, Paesaggio, dalla combine painting all'arte "povera", sino ad approdare ai primi esiti astratti.
Raggiunta sicurezza e  consolidata capacità espressiva, egli ha poi sviluppato la sua ispirazione  proprio nell'informale, con  riferimento ideale a grandi maestri  come Afro che hanno saputo legare  la tradizione del colorismo veneto alle suggestioni dell'avanguardia neocubista, Abbandonando gradualmente e definitivamente la forma, Simeoni si lascia guidare dall'azione pittorica e si tuffa nell'inconscio; sgombera il campo di ogni determinazione razionale, rivelando nella tela il suo luogo d'impatto: dal profondo fuoriesce un'autentica forza di segno e di colore, un legame diretto del creare con l'essere.
Non vi sono sottesi intenti ideologici, semmai un sentimento che si disperde nei meandri della modernità, un disorientamento per  le rapide trasformazioni che non  si sedimentano, ma esercitano comunque il loro fascino.

Giuseppe Mariuz






La trama magmatica di Serpic sorprende per la sua carica emozionale ma altresì affascina per la materializzazione e smaterializzazione segnica, cui si aggiunge uno slancio cromatico vero, apparentemente una sorta di non colore (perché il nero richiama ciò, ma in realtà un'essenza di colore ben definita). Potrebbe sembrare una contraddizione ma la pittura di Serpic vive in questo ossimoro, il nero per definizione storica, non colore, diventa per lui colore, e con esso suono. Dunque segno colore e musicalità. Ma che cosa sta dietro il respiro grafico cromatico di questo autore? Una riflessione sull'esistenza, non una narrazione.
Con le sue opere questo artista non racconta, non autorizza il fruitore a sostare in un impianto figurale che descrive, quanto piuttosto osserva, afferma e nega. Dunque che cos'è il mondo per il "giovanissimo" Sergio Simeoni? È un coacervo di oggetti, di pensieri di drammi e di gioie. È un sormontarsi di ricordi e di richiami, di negazioni e di affermazioni appunto. Perché nella vita ci sono i valori, ci sono gli amori e gli onori, le malinconie e le gioie, gli stati d'animo contrastanti della mattina e della sera, le grida d'aiuto e le consapevolezze di potercela fare da soli. E questo mondo cosi variegato che sgorga dal cuore di Sergio Simeoni, ecco rabdomanticamente baluginare nella ricerca cromatica di Serpic. E allora sottrarre colore, aggiungere traccia, tagliare i bianchi e i neri, diventa espressione dell'animo, di una progettualità emotiva che può assumere anche caratterizzanti casuali, ma che è soprattutto autoreferenziale, perché con questi segni l'artista si presenta. Questo testo è scritto da me che mi firmo, ma in realtà è suo, di Serpic, anzi, di Sergio Simeoni, uomo dalla versatilità immediata, uomo dell'ossimoro luminoso, "l'estate fredda" diceva il poeta, il bianco e il nero, l'affermare e il negare, l'essere sospeso tra terra e cielo e l'essere concretamente poggiato alle radici del proprio essere, emozione e concretezza, sentimento e ragione.

Vito Sutto


 
 




 
 
 
 

Nella sua pittura, Sergio Simeoni non ce la fa più a nascondersi. Avviene spesso, infatti, che quelli come lui sentano quasi come un peso, una fatica, o una colpa, la loro sensibilità, la loro capacità di emozionarsi, la loro curiosità verso il mondo e la vita, così intense e diverse dagli altri. Decidono allora di nascondersi, di mascherarsi vorremmo dire, per pudore, o per paura dell'incomprensione degli altri, trasformando la commozione in ironia, il sentimento in burla, la tristezza, che spesso si portano dentro, in una risata. È quando sono soli, in compagnia della loro diversa solitudine, con l'anima che si libera attraverso la musica, la poesia, o, come nel caso di Sergio, la pittura, la luce ed il colore: è solo allora che quella maschera cade. Avviene così che ci riconosciamo, ci confessiamo quasi per quello che siamo, assieme a loro, davanti a quello che ci mostrano di loro, davanti a quel raccontare di sé e di tutti, che non ha bisogno di parole, che parla direttamente al cuore e all'anima.

Nino Orlandi





I quadri di Sergio Simeoni (in arte Serpic) compongono una sorta di selva incantata, una giungla fitta di esotismi scaturiti da una fantasia sbrigliata, dirompente. Intrecci di rami diventano magmi, filature, sgocciolature di pigmenti acrilici agglutinati, espansi in furenti enigmatiche tensioni espressionistiche. Sembra che pittore si immerga sensitivamente nella magia di panici incantesimi. Le congestioni materiche lievitano di suggestioni, impulsi, suggerimenti dell'inconscio, distillano indefinite memorie esistenziali, si sostanziano di echi del gestualismo romantico della scuola americana degli anni Cinquanta reinventati con ruggente originalità. Il ricordo di Jackson Pollock appare acquietato, ingentilito. In spazi densi e misteriosi confluisce, come linfa vitale, il flusso di un'ebbra esaltazione. Blocchi di colore esplodono con impetuosa forza d'urto. Si aprono a ventaglio su fondi fiammeggianti o cupi, tra scintille di diaspro sgargianti, sontuose, code di pavone simili a cespugli ramificati nel vento.
...I quadri di Simeoni hanno la cupa profondità degli smalti o la luce splendente di mosaici bizantini devastati dal tempo. Sinfonie potenti dispiegano con trascinanti ritmi immagini allusive che, appena percepite, si dissolvono magmaticamente.
... Un analogo senso di precarietà affiora dai quadri di Simeoni. Ma è una precarietà riscattata da estro vitale, dalla forza di visionarie invenzioni che galleggiano nella mente e, d'improvviso, prendono corpo ora con furia aggressiva ora come apparizioni liriche toccate da lievissimi accenni. L'assoluta libertà dell'artista infittisce l'identificazione del proprio essere con l'atto stesso del dipingere in una raggiunta fusione di moti interiori e di sensazioni pittoriche. L'opera, anche quando tocca i vertici dell'improvvisazione, anche quando si origina dal gesto  liberatorio d'una fantasia sfrenata, persegue con sofferta concentrazione una lucida progettualità.  Le cromie sembano farsi grido e luce. La pittura raggiunge un effetto globale e si presenta all'occhio dello spettatore come un insieme denso, sfavillante oppure ombroso, ma sempre caratterizzato da originale unicità.
... Totem e obelischi "tascabili" compongono un divertissement di gusto biblico. Quei parallelepipedi irregolari, colorati, sembrano mimare residui di città cancellate dall'ira divina. Con lastre di vetro specchiante, poi, l'artista costruisce fantastiche piramidi, La materia leggera attribuisce agli oggetti trasparenze di apparizioni illusorie, di visioni morganatiche, trasformandoli in fragili tracce d'una storia dissolta nel sogno.

Licio Damiani

 




 
 
 
 





La ricerca informale di Serpic non nasce dalla pura casualità dei getti di colore, bensì da un'evoluzione della forma del riconoscibile, che nel corso della sua carriera artistica, è andata depurandosi in allusioni visive e quindi in pure fantasmagorie segniche. In ogni sua composizione, e ogni volta operando scelte cromatiche diverse, la tavolozza tende a concentrarsi su poche predominanti, che in certi casi sintetizzano un'immagine mentale, una proiezione interiore legata alla memoria di un paesaggio, di una forma, o di un viso.
Si direbbe tuttavia che ogni composizione di Serpic si attui proprio in relazione ai colori che ha deciso di stendere sulla tela in seguito a una prima scelta dettata dell'istinto, trovando poi le ragioni espres questi elementi ancora figurali non si impongono tuttavia all'occhio dell'osservatore, ma lo costringono a una ricerca fortunosa nella sintassi di un discorso pittorico mirato sulla non forma. In altri casi è solo il colore che parla attraversoimpaginati rigorosamente contenuti in un ordine spaziale premeditato, e
funzionale a un'astrazione calda ed espressiva.

Paolo Levi







 
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